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Allarme pianeta terra: rapporto ONU

10 Aprile 2007 Nessun commento


Bruxelles, 6 aprile. E’ emergenza ambiente: l?allarme dell?ONU. Il pianeta va incontro a un vero e proprio sconvolgimento: l’Himalaya e i poli senza ghiacci, l’Amazzonia desertificata e il Mediterraneo a rischio. E’ questo lo scenario disegnato dal secondo rapporto redatto da 2.500 scienziati di 130 paesi chiamati dall’Onu a far parte dell’Ipcc, l’International panel on climat change. Un duro atto d’accusa contro i gas serra e i governi che non li limitano.

«Una serra globale». L’allarme dell’Onu
Approvato il rapporto dei 2.500 scienziati dell’Ipcc. Usa, Russia, Cina e Arabia Saudita provano ad annacquarlo, ma il contenuto rimane chiaro: il mondo va incontro a uno stravolgimento
il manifesto, 7 aprile. Alberto D?Argenzio, Bruxelles
Estinzione di piante ed animali, aumento della desertificazione del pianeta, scioglimenti dei ghiacciai, distruzione di intere fette della foresta amazzonica e delle barriere coralline, diminuzione della produzione agricola in Asia, Africa ed America Latina, scarso accesso all’acqua, rischio di morte per milioni di persone. E’ questo lo scenario disegnato dal secondo rapporto redatto da 2.500 scienziati di 130 paesi chiamati dall’Onu a far parte dell’Ipcc, l’International panel on climat change. Non è la prima volta che si leva un grido di allarme di tale portata, ma è la prima volta che a gridare è l’intero panorama scientifico mondiale. Tutti assieme, anche se poi qualcuno ha provato a urlare sottovoce. Ed alla fine c’è in parte riuscito.
C’è infatti voluta una maratona negoziale di 24 ore per chiudere il testo e mettere il punto finale a cinque giorni di riunioni organizzate a Bruxelles come seguito al primo incontro di Parigi di un mese fa. Tanto discutere perché Stati uniti (primo inquinatore al mondo), ma soprattutto Cina, Russia (secondo e terzo) ed Arabia Saudita hanno provato in extremis ad annacquare il rapporto. Sono anche volate parole grosse, c’è chi ha parlato di «atto di vandalismo scientifico» in riferimento al tentativo di Pechino, Mosca e Riad di eliminare dalle tavole finali il grafico sull’effetto delle emissioni di carbonio sul riscaldamento del pianeta. Oltre a ciò, Cina e Arabia Saudita hanno imposto di decaffeinare i paragrafi sugli effetti del riscaldamento sui sistemi naturali, mentre Washington ha preteso di eliminare il para-grafo in cui si affermava che gli Usa dovranno «affrontare localmente gravi danni economici e perturbazioni sostanziali del loro sistemo socio-economico e culturale». In pratica la politica ha provato, riu-scendoci pure, a immischiarsi al lavoro degli scienziati, un’intrusione che ha provocato molti malumori, ritardi e una certa confusione.
Anche così i dati finali mantengono il loro carattere allarmistico. Se la temperatura del pianeta aumenterà tra gli 1,5 e i 2,5 gradi, il 30% delle specie animali e vegetali sarà a rischio estinzione tra 70 anni (effetti negativi già nel 2020 in Oceania), tra 1,1 e 3,2 miliardi di persone avranno uno scarso accesso all’acqua e 600 milioni soffriranno la fame, soprattutto in Africa, Asia ed America Latina, milioni potrebbero morire nei mega-delta dei grandi fiumi asiatici (in particolare alla foce del Gange-Brahmaputra in Bangladesh e dello Zhujiang in Cina) mentre ondate di calore mieteranno vittime in Europa e Nord America. Ci saranno effetti sulla dislocazione delle specie animali e sulle correnti marine, con un impoverimento anche della pesca mentre lo scioglimento della calotta polare potrebbe portare ad un innalzamento dei mari da 4 a 6 metri.
Il secondo rapporto dell’Ipcc, intitolato «Impatti, adattamento e vulnerabilità del cambio climatico», valuta gli effetti possibili di una crescita della temperatura in una scala che varia tra uno e sei gradi centigradi. Se saranno i paesi più poveri a pagare il prezzo maggio-re, in termini di vite umane, di accesso all’acqua, di deterioramento dei terreni e quindi dell’agricoltura e della qualità alimentare, non mancano le cattive notizie anche per l’Europa, in particolare per il bacino del Mediterraneo, uno dei cinque ecosistemi più a rischio.
Gli scienziati hanno definito ieri una volta per tutte che la terra si è riscaldata, esattamente di 0,74 gradi in un secolo, e che continuerà a farlo con effetti potenzialmente devastanti, e questo è un punto di non ritorno importantissimo. Ma al di là del grido di allarme manca il passo successivo, ossia l’impegno politico a limitare il cambiamento climatico. Non spettava agli scienziati (che si riuniranno per un terzo incontro il mese prossimo a Bangkok) farlo, ma spetta alla politica impegnarsi, a partire dal prossimo vertice ministeriale dell’Onu sul clima di Bali a novembre che lancerà i negoziati per la seconda fase del protocollo di Kyoto, quella che va dal 2012 al 2020. L’ostruzionismo di ieri di Usa, Cina e Russia non lascia prevedere una loro folgorazione sulla via di Kyoto, ma le pressioni e gli allarmi (e un nuovo inquilino alla Casa Bianca nel 2008) potrebbero forse cambiare le cose. Anche perché si registra una certa urgenza.

Così il clima cambia il mondo
La migrazione di specie vegetali, gli effetti sull’agricoltura e sulla salute, l’acqua e le barriere coralline. Gli esperti ridisegnano la Terra
il manifesto, 7 aprile. MA.FO.
Il rapporto diffuso ieri dal Intergovernmental Panel on Climate Chan-ge (Comitato intergovernativo sul cambiamento del clima) disegna il quadro finora più completo di come il riscaldamento dell’atmosfera terrestre ha modificato il nostro pianeta negli ultimi trent’anni.
E’ la seconda parte di un lavoro più complessivo: la prima, diffusa in febbraio, faceva il punto sulla scienza del clima. Confermava che gran parte del riscaldamento dell’atmosfera terrestre osservato nell’ultimo mezzo secolo è «molto probabilmente» (cioè al 90%) dovuto alle attività umane. La temperatura del pianeta aumenterà tra 1,8 e 4 gradi Celsius entro fine secolo, diceva, e la «forchetta» tra le due stime dipende da cosa saremo in grado di fare per fermare l’accu-mulo dei gas che intrappolano nell’atmosfera terrestre le radiazioni del sole. Il punto è che se anche fossimo davvero capaci di tagliare da subito le emissioni di gas di serra, «le emissioni passate implicano un riscaldamento inevitabile», scrive Ipcc. Di questo tratta il nuovo rapporto: «Impatto, adattamento e vulnerabilità al cambiamento del clima».
Alcuni degli effetti del riscaldamento del clima sono ormai ampia-mente visibili e studiati: la «migrazione» di alcune specie vegetali verso zone (o altitudini) dove erano sconosciute, gli effetti sull’agricoltura, o sulla salute umana. Altri aspetti vanno studiati meglio, dice il Ipcc. Ma la base di dati e osservazioni disponibili è sufficente a fare un quadro allarmante. Da cui risulta che l’impatto più pesante grava su alcune delle regioni più popolate e povere del pianeta, che poi sono spesso anche quelle meno capaci di fare fronte («adattarsi») alle conseguenze del clima cambiato.
Il rapporto passa in rassegna i diversi settori ed ecosistemi. L’acqua dolce, per cominciare: per la metà del secolo, la portata annuale dei fiumi aumenterà tra il 10 e il 40% alle alte latitudini e in certe aree tropicali umide, mentre diminuirà tra il 10 e il 30% nelle regioni secche, alle latitudini medie e nelle zone tropicali aride. Aumente-ranno in estensione le zone di siccità, mentre aumenteranno i rischi di inondazioni in altre zone. Nella sola Africa, tra 75 e 250 milioni di persone già nel 2020 suffriranno di penuria d’acqua. Nel corso del secolo inoltre, con il restringersi di ghiacciai e nevi, diminuirà l’acqua dolce che scende dalle montagne (si pensi ai fiumi alimentati dai ghiacciai dell’Himalaya, o delle Ande…).
Il cambiamento del clima inoltre si somma ad altri disastri «fabbricati dall’uomo», spiega l’Ipcc: «La capacità di recupero di molti ecosistemi sarà vanificata in questo secolo da una combinazione senza precedenti di cambiamento del clima, gli squilibri associati (siccità, allovioni, incendi, acidificazione degli oceani) e di altri fenomeni glo-bali come inquinamento, supersfruttamento delle risorse, cambia-mento nell’uso dei territori». Un esempio sono le barriere coralline: minacciate dall’aumento della temperatura dei mari, e dall’inqui-namento e altre aggressioni «umane».
Tra le regioni più a rischio troviamo i mega-delta di grandi fiumi asiatici, dove vivono miliardi di persone – come il delta combinato del Gange e Brahmaputra, o quello del Mekong. Qui si sommano l’effetto di fenomeni climatici estremi (alluvioni) e l’espansione di aree urbane, la scomparsa progressiva della vegetazione (mangrovie ad esempio), l’erosione delle coste. Le aree costiere sono soprattutto a rischio, insieme alle piccole isole, per l’innalzamento del livello dei mari. Milioni di persone vivranno inondazioni come evento annuale, non più straordinario…
Continua l’elenco di disastri imminenti. La produzione alimentare: nelle regioni tropicali e secche la produttività agricola è destinata a diminuire anche con piccoli aumenti di temperatura (tra 1 e 3 gradi), e aumenterà il rischio di carestie – con associate migrazioni di masse umane in cerca di sopravvivenza.
Il cambiamento del clima minaccia la salute umana: con la mal-nutrizione conseguente alle carestie, o con le ondate di caldo, o con un aumento dell’incidenza di malattie diarroiche, malaria e altre malattie infettive (di cui cambierà anche la distribuzione spaziale).
In qualche caso il riscaldamento globale più dare impatti positivi a breve termine, fa notare l’Ipcc: nelle regioni fredde ad esempio si spenderà meno in riscaldamento, e la produzione agricola au-menterà. Ma sono vantaggi vanificati da svantaggi molto più grandi. E a tutto questo, il mondo deve fare fronte da subito.

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Previsioni del tempo 1
IN EUROPA CALDO TORRIDO E RISCHIO BLACKOUT
Enormi i rischi per l’Europa, secondo il dossier dell’Ipcc. Il mar Mediterraneo è infatti considerato uno dei cinque ecosistemi più a rischio, assieme alle barriere coralline, ai megadelta, alle piccole isole e ai ghiacciai. Il sud del vecchio continente, inoltre, oltre a dover fare i conti con canicole sempre più frequenti, vedrà un aumento degli incendi e della distruzione delle foreste, una riduzione di un terzo delle riserve di acqua potabile e una diminuzione del potenziale idroelettrico pari al 20-50%. Il nord Europa farà invece registrare periodiche inondazioni. Per effetto di questi sconvolgimenti, la grande maggioranza degli organismi e degli ecosistemi avranno difficoltà di adattamento. Effetti disastrosi anche sul turismo invernale per via delle riduzioni dei ghiacciai. Gli scienziati hanno già documentato i primi effetti concreti del cambiamento del clima.

Previsioni del tempo 2
IN AFRICA FINO A 250 MILIONI DI SENZ’ACQUA
Gli scienziati confermano che il continente nero è uno dei più sensibili ai cambiamenti climatici, anche a causa di una situazione di maggiore arretratezza e della scarsa capacità di adattamento.
Secondo il rapporto dal 2020 in Africa tra 75 e 250 milioni di persone potrebbero avere problemi idrici. I cambiamenti climatici potrebbero influire negativamente sulle produzioni agricole, con una diminuzione delle aree coltivabili, e provocare di conseguenza carenze di cibo. Problemi anche per la pesca, specie nei grandi laghi, a causa dell’au-mento della temperatura delle acque. Atteso anche un innalzamento del 5-10 per cento del livello del mare, che colpirà zone costiere in cui vivono milioni di persone. Conseguenze negative anche per le mangrovie e le barriere coralline, con ripercussioni sulla pesca e sul turismo.

Previsioni del tempo 3
L’HIMALAYA SI SCIOGLIE, INONDAZIONI AL SUD-EST
Scenari non dei migliori anche nel continente asiatico, dove i pro-blemi maggiori sono dati dallo scioglimento dei ghiacciai dell’Hi-malaya e dai rischi di inondazioni nelle mega regioni dei delta fluviali nel sud-est. Pesante lo scenario per le popolazioni, anche a causa del sovrappopolamento di alcune aree, dell’eccessiva urbanizzazione e industrializzazione, e del modello di sviluppo poco sostenibile in molti paesi. Il rischio della mancanza di cibo si manterrà alto in diverse aree, mentre nell’Est è previsto un aumento della morbilità e della mortalità per malattie endemiche e diarree, soprattutto in conseguenza delle piogge. L’aumento della temperatura dell’acqua potrebbe portare a epidemie di colera nel sud dell’Asia. Problemi anche in Australia e Nuova Zelanda, con conseguenze sulle produzioni agricole e sull’acqua.

Previsioni del tempo 4
UN DESERTO CHIAMATO AMAZZONIA. USA A RISCHIO
Nonostante i tentativi del governo Bush di addolcire la pillola, il rapporto prevede delle conseguenze anche per gli States: scio-glimento di ghiacciai nelle montagne dell’ovest, più piogge invernali, allargamento del periodo a rischio incendi delle foreste, incremento di cicloni. In conclusione, un numero crescente di persone povere è a rischio, mentre l’impatto dei cambiamenti climatici si farà sentire in maniera più pesante sulle popolazioni costiere. In America Latina sono invece a rischio le foreste amazzoniche, minacciate dall’au-mento delle temperature e dall’acqua che scarseggia. La vege-tazione tenderà a essere rimpiazzata da un terreno più arido. Uno dei rischi maggiori è dunque quello della desertificazione. A rischio anche le barriere coralline per via dell’aumento del livello dei mari. Problemi anche per l’agricoltura e per l’approvvigionamento di energia elettrica.

Previsioni del tempo 5
POLI SENZA GHIACCIO. E TANTE PICCOLE ATLANTIDI
Le regioni polari mostrano già i segni inequivocabili del riscaldamento del clima: i primi effetti biofisici qui sono la riduzione dei ghiacciai, l’assottigliamento delle piattaforme di ghiaccio Artico, lo scioglimento del permafrost. Interi ecosistemi sono a rischio. Ne soffrono gli esseri viventi che abitano quei climi estremi, uccelli migratori, mammiferi, predatori. Ne risentono anche le comunità umane dell’Artico. All’altro estremo, le piccole isole sono particolarmente vulnerabili agli effetti dell’innalzamento dei mari: aumentano inondazioni, uragani, erosio-ne delle coste. Sono a rischio le risorse locali, ad esempio la pesca, o le attività turistiche di cui vive la popolazione; minacciate le infrastrutture, insediamenti umani, la disponibilità d’acqua dolce. A volte sono a rischio le isole stesse: qualche atollo corallino è già stato sommerso…

Foto AP: Bangladesh. Dhaka, alcuni bambini pompano acqua potabile nella città allagata

Riferimenti: Desiderata (desideri) di primavera

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Le strade della terra sono tutte tracciate

10 Febbraio 2006 Nessun commento

Le strade della terra, e del mondo, sono già tutte tracciate: ognuna di esse ha i suoi segnali stradali, la sua segnaletica orizzontale, le sue pietre miliari e segnavia; esse conoscono alla perfezione ogni sfumatura di tutti i possibili rumori umani: dallo scalpiccìo di passi del viandante allo stridere di ruote dell’ultimo modello di mono-volume o di station-wagon. Sembra che per l’abitatore del pianeta del XXI secolo non sia più possibile inventare nuovi percorsi, esplorare nuovi territori, ipotizzare possibili tragitti o itinerari alternativi. Ogni possibile cammino è già localizzato in anticipo, già conosciuto nelle sue coordinate prima ancora che il soggetto si possa muovere. E movere è la radice di ex-movere, che vuol dire emozione. Lo spazio del nostro tempo è lo spazio in cui non è più possibile nascondersi, celarsi allo sguardo del mondo, trovare anfratti o recessi per ripensare criticamente la propria identità. Perché se “il senso della nostra identità personale -per dirla con Erving Goffman- risiede proprio nelle crepe e nelle fes-sure che abitano i solidi edifici del mondo“, oggi sembra che lo sgretolamento dell’iden-tità sociale degli individui passi proprio attraverso la requisizione di questi spazi intimi, di questi frammenti di coscienza. CONTINUA: Impossibile muoversi liberamente nello spazio

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