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10-100-1000-10.000 Sorin al Presidente Napolitano (3-3)

27 Novembre 2007

22 novembre. Sorin, piccolo Rom di 11 anni scrive al Presidente Napolitano: ‘Lei ha detto che i bambini immigrati devono avere tutti gli stessi diritti dei bambini nati in Italia. Ieri io non li ho avuti’. Ieri è quando le ruspe della Polizia hanno distrutta la baracca, assieme ai libri di scuola ed alle altre povere cose, all’insediamento di Tor di Quinto dove viveva con la famiglia: nessuno li aveva avvertiti.
Sorin dimora da due anni in Italia, da quando la nonna non è più stata in grado di accudirlo: di baracca in baracca, di sgombero in sgombero. Va regolarmente a scuola e pare abbia buoni voti malgrado la difficoltà iniziale nell’apprendimento della lingua. I genitori lavorano: la madre badante, 500 euro al mese, il padre muratore non sempre con occupazione. Vivevano in una baracca affittata a cento euro al mese. Sorin al ritorno da scuola ha trovato le ruspe e la casa distrutta. Le ruspe non badano ai pochi averi di questi poveri. Neppure ai libri di Sorin. Il bambino ha indirizzato una lettera al presidente della Repubblica per raccontargli la sua esperienza.

> "I MIEI GENITORI NON POSSONO PERMETTERSI ALTRO CHE UNA BARACCA"
Sorin, 11 anni, scrive a Napolitano: "Quale futuro posso avere senza una casa?"
Da "La Stampa.it", 22 novembre

Caro Presidente Napolitano,
mi chiamo Sorin, ho undici anni, vengo dalla Romania e vivo in Italia da due anni. Frequento la prima media a Roma e abitavo fino a ieri in un campo nomadi di Tor di Quinto. Sono tornato a casa e non ho trovato più la mia casa, distrutta insieme ai miei libri e a tutte le altre cose dalla polizia.
I miei genitori sono persone oneste, mia madre fa la domestica e mio padre l’imbianchino, non possono permettersi altro che una baracca nonostante lavorino dalla mattina alla sera. Vogliono che io studi perché abbia un futuro migliore. Ma quale futuro posso avere senza una casa?
Lei ha detto che i bambini immigrati devono avere tutti gli stessi diritti dei bambini nati in Italia. Ieri io non li ho avuti.

>> SORIN, IL PICCOLO ROM CHE SOGNAVA LA SCUOLA
La sua casa e i suoi libri sono andati distrutti nello sgombero del campo nomadi di Tor di Quinto. Così, il bimbo ha scritto una lettera al presidente Napolitano. Ecco come è andata a finire
RomaOne.it, 23 novembre

Roma, 23 novembre 2007 – Il suo futuro è stato travolto dalle ruspe, quelle che hanno abbattuto la sua casa insieme alle baracche del campo nomadi di Tor di Quinto, nel XX Municipio. E’ la storia di Sorin, 11 anni, narrata da lui stesso in una lettera al presidente Napolitano e riportata ieri dal quotidiano "La Stampa".

LA STORIA – Nello sgombero, racconta il bambino, sono andati distrutti anche i suoi libri e le sue cose, quelle che dovevano servirgli ad andare a scuola e, come volevano i suoi genitori, provare a costruirsi un futuro migliore.

LA DENUNCIA – "Un’irresponsabile gestione politica degli allarmi sociali può produrre esiti disastrosi per i livelli di civiltà giuridica e di tutela dei diritti nel nostro paese". Ha subito denunciato il sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi, secondo cui questa storia "dimostra che l’integrazione è possibile e passa attraverso intelligenti e razionali politiche pubbliche" ma anche che tali politiche possono "essere vanificate da operazioni demago-giche del tutto gratuite" come quella sollecitata dal presidente dell’ex circoscrizione XX, Massimiliano Fasoli.

UN LIETO FINE? – Ma Sorin non è stato lasciato solo, ha assicurato l’assessore capitolino alle politiche sociali Rafaela Milano, ed è stato assistito dal Comune. Il piccolo rom con un intervento di prima assistenza, sarà dunque ospitato assieme alla sua famiglia in un centro di accoglienza e potrà continuare la scuola, mentre i genitori, che lavorano a Roma "saranno aiutati ad avviare un percorso di autonomia".
Per il sindaco Walter Veltroni questo intervento: "E’ un esempio della filosofia che ispira le nostre politiche sull’immigrazione. Roma è una città che vuole integrare e cerca di dare una mano a tutti quelli che vengono qui per cercare di costruirsi un futuro migliore facendo sacrifici e lavorando con onestà".

> MEMORIA RECENTE: all’attenzione di Manconi – Milano – Veltroni

- Morte "accidentale" di un piccolo rom

Roma, 20 ottobre. Un bimbo rom di due mesi è morto all’alba in una tenda posizionata sulla riva del fiume Tevere, nel quartiere Marconi. Potrebbe essere morto a causa delle basse temperature registrate la scorsa notte nella capitale.

Forse tutti i Sorin d’Italia (20-30mila) dovrebbero scrivere al Presidente della Repubblica
> COMMENTO: 10-100-1000-10.000 SORIN
L’ipocrisia è ormai droga di Stato con spaccio governativo: Sali, Tabacchi e Ipocrisia
"Un’irresponsabile gestione politica degli allarmi sociali può produrre esiti disastrosi per i livelli di civiltà giuridica e di tutela dei diritti nel nostro paese". Ha subito denunciato il sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi che dovrebbe ricordare che una irresponsa-bile politica governativa (del suo Governo) continua a tenere imprigionati in campi di "segregazione etnica" (definizione del Consiglio d’Europa) 50mila persone, secondo l’ONU.
All’assessore capitolino alle politiche sociali Rafaela Milano occorre ricordare, da una sua un’intervista a "il messaggero", del 25 ottobre scorso, che a Roma, in baracche e tende di insediamenti abusivi vivono circa 7-8mila persone, un terzo bambini come Sorin che non hanno ancora scritto al Presidente della Repubblica.
Per il sindaco Walter Veltroni questo intervento: "E’ un esempio della filosofia che ispira le nostre politiche sull’immigrazione". Sì quelle degli sgomberi selvaggi, con distruzione di libri e povere cose, voluti dal Comune senza alternativa abitativa in violazione delle Convenzioni Europee. Quella dei progettati quattro mega "campi di concentramento rom" che violano le Convenzioni Europee.
L’Africa tutta ringrazia dello scampato pericolo perché Veltroni ha deciso di restare in Italia: dopo il suo viaggio nel Continente Nero il Sindaco di Roma, Presidente del Consiglio in pectore, aveva dichiarato che voleva andare in Africa ad aiutare i poveri.

 

 

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