Khorakhanè: quella canzone tradotta per Fabrizio de Andrè
Khorakhanè, testo "sacro" sui Rom/Sinti, è stato composto dal cantautore Fabrizio de Andrè nel 1996. Una canzone in italiano ("a forza di essere vento") con l'epilogo in lingua. Un epilogo che diventa "smisurata preghiera": nel canto di Dori Grezzi si fa corpo ed anima per salire lieve al cielo. Giorgio Bezzecchi, rom harvato, segretario nazionale dell'Opera Nomadi, racconta la sua collaborazione col poeta per la traduzione della parte finale del testo in "romanès" la lingua dei Rom. KHORAKHANE' "Il cuore rallenta la testa cammina il cuore rallenta e la testa cammina Così inizia, in un cantato-recitato, la canzone "Khorakhanè", a forza di essere vento, nel disco "Anime salve", di Fabrizio de Andrè, del 1996. Una prima parte cantata dall'autore mentre quella finale viene interpretata dalla voce femminile di Dori Grezzi. Khorakhanè (letteralmente: lettore del Corano, ma usato come termine a designare i "Turchi") è la popolazione Rom musulmana di provenienza serbo-montenegrina. GIORGIO BEZZECCHI. "Fabrizio mi ha contattato direttamente a Milano - racconta Giorgio Bezzecchi - per lui era indispensabile sentire direttamente un Rom/Sinto, era il suo metodo di lavoro. Quello di non filtrare attraverso rappresentanti o altro. Da subito mi ha chiesto se ero disponibile a dargli una consulenza generale, non solo la traduzione di questa canzone, su questa tematica, quella dei Rom. Si vedeva che era una persona speciale e che si era già informato sull'argomento". "Traduco in romanès standard? - Gli chiesi". "No -mi rispose - traduci il testo nel tuo dialetto. Vanno personalizzati i dialetti perché lo standard della lingua, quello ufficiale è anche troppo artificiale". "E così tradussi le parole nel mio dialetto, in rom harvato. Non fu un lungo lavoro, la canzone era di poche parole, ma ci incontrammo diverse volte perché Fabrizio voleva conoscere, e discutere, la questione dei Rom/Sinti: la storia, le discriminazioni, i pregiudizi... Era interessante vedere le sue comparazioni con altre minoranze come gli Indiani d'america. Una volta finito l'incarico professionale è continuato il rapporto personale. Ci trovavamo spesso al bar e pasteggiavamo a patatine e Martini. Lui continuava a chiamarmi per discutere e disquisire su questo argomento, a lui molto caro, in rapporto paritario, alla pari. Era umile nonostante il suo grande spessore culturale e la sua genialità che emergeva. Era "speciale" anche per la sua umiltà. Siamo stati compagni di vita e di sbronza. Io non sono abituato a bere alcolici ed una sera mi sono ubriacato: lui mi ha caricato in macchina come un sacco di patate ed accompagnato a casa. Poi mi ha richiamato, il giorno dopo, per pasteggiare di nuovo a patatine e Martini".
RIFERIMENTI: Quella canzone tradotta con Fabrizio de Andrè
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